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    September 17

    Spicci pensieri di una notte di primo autunno

    Settembre inoltrato, piove. L’autunno si sta avvicinando a grandi passi. La pioggia e il primo freddo –stupendo– stanno travolgendo ogni cosa e portandosi via l’estate 2009.

    Ho deciso di scrivere qui queste mie riflessioni, sul buon vecchio blog di msn, cui non feci nemmeno troppo in tempo ad affezionarmi che fu schiacciato dalla concorrenza strabordante del diabolico facebook.

    Per cui so già che queste mie parole non verranno lette più da nessuno e posso fare di questo spazio quasi un diario privato: è come stessi scrivendo su di un vecchio librone impolverato di carta ingiallita abbandonato da secoli, che però ora è tutto mio.

    La pioggia, dicevo, incantevole pioggia che taglia l’aria fresca del primo autunno. Mi sembra che questa pioggia sia un battesimo di nuova vita, che stia mondando questi miei luoghi dell’anima per troppi mesi calpestati da ingrati. Che non me ne vogliano costoro, magari anche buoni amici, ma è troppo grande la sensazione di essere di nuovo i signori incontrastati di Piazza Sconfienza.

    Noi, i soliti di sempre, quelli dei gelidi inverni passati qui a chiacchierare con ogni condizione atmosferica. Noi, quelli che la piazzetta la amiamo davvero da non abbandonarla mai, non da trattarla da lurida puttana di una stagione, da usare ed abusare e poi lasciarla all’oblio.

    La pioggia lava tutto quanto, ha fatto scappare loro e l’estate insieme; un’estate che non decanterò ora come fatto per quella del 2008, che a ben vedere, come dicono alcuni, forse è stata vissuta di più. In questi tre mesi che sono così velocemente passati, invece, si è più che altro vivacchiato, in quel vivacchio alla Bene che è narrazione di se stesso, e per me eterna nostalgia delle stagioni passate, malinconia di non si sa cosa, incompleta realizzazione di sé e continua fuga-ricerca. Lo so, non è vita autentica, ma forse sarà proprio che non so vivere.

    Ma fra tutto, ho imparato a godere del mio vivacchio e non me ne lamento.

    I diciott’anni dell’augusto nostro presidente hanno per così dire aperto l’estate (me ne strafrego dell’open summer), presidente lui di quell’associazione così tormentata che ha nome Eutopia, che così si rendeva legale almeno nella sua carica somma. Goditeli Mauro, che sono i più belli, goditi questi anni finché le forze non ci verranno meno.

    E poi la Cerasica, quella benedetta tana in cui ci rifugiamo ogni tanto e in cui, estraniandoci dal mondo, troviamo sollazzo. Il 4 luglio abbiamo celebrato nel più demente dei modi l’inizio dell’anno accademico III: ma che divertimento! A te Alberto, nuovo Epistate, un augurio che la saggezza non ti abbandoni mai.

    Festazzano stupenda come sempre, uno di quei momenti che una volta che li scopri, poi non puoi più farne a meno e diventano tappe obbligate durante l’anno.

    La vacanza in Toscana! Che dire di essa, oh poverina? Penso sia stata l’emblema dell’estate del vivacchio: il non accontentarsi mai di quello che si ha e di mirare sempre più in alto e, ciò raggiunto, volere ancora.

    Ma per di più quello che mi lascia interdetto è che non solo non ci si accontenta del posseduto, ma lo si schifa. Si schifa la consuetudine, motivo per cui di questo 2009 siamo stati un poco delusi: volevamo ispirarci al 2008, fare le stesse cose che ci avevano divertito allora, ma ne è uscita una brutta copia e così la noia ci ha pervasi.

    Mauro aveva elogiato grandemente la spontaneità delle cose come fonte di felicità. Un vate è stato: nelle feste per così dire “comandate” (spaghettata della Cerasica, pizzata di Agosto…) non è che ne sia uscito un gran che da scrivere negli annali, invece mi ricorderò finché camperò di giornate spontanee come il folle ferragosto epico in Francia mio, di Ghia e di Mauro e dell’ultima festa dell’estate, il compleanno di Benu, Fabio e Fra; la festa che finora ha annoverato più ciucchi di sempre.

    Pare pure che stiano venendo a noia i giri in bici, eppure così tanto belli, divertenti e pure istruttivi. Pare che quest’estate non siano stati apprezzati come quelli precedenti: si fanno sempre meno tappe, sempre meno chilometri. C’è sempre meno gente. Altri impegni vengono sempre anteposti a questo diletto.

    Quest’estate niente Barottiadi per scelta, le faremo con grande pompa l’anno prossimo se saremo vivi; nemmeno sono riuscito ad organizzare i mondiali di Tennis-mano e me ne dispaccio. Dovrò metterci una pietra sopra e convincermi che risuscitare i morti è cosa assai difficile.

    Ci sono stati ancora due eventi che mi hanno dato grande soddisfazione: il primo è il ritorno della festa del mio paese dopo qualche anno di silenzio. In confronto ad altre non sarà stata così tanto grandiosa, ma come primo anno non c’è che da rallegrarsi.

    Per finire il sacrosanto Campionato di Monte. Uccisa e sepolta la maledetta LCM e guadagnata una quarta squadra, abbiamo giocato penso una delle più belle edizioni che si ricordino; ciò che è certo è che si è concluso il torneo per la prima volta dal 2005. E per di più, non paghi, ho inventato pure la Coppa di Montemarzo e anche quella è andata molto bene.

    Le liti, la tensione, il gioco troppo acceso. Ho imparato quest’anno che non c’è nulla da fare per sanarli. Finché ci sarà Campionato essi convivranno con lui, è inevitabile: la voglia di vincere è troppa. Si litiga, si fanno falli, il casino perdura magari anche tutta la sera, ma poi finisce lì. Alla fine quello è il bello, con esso si movimenta e si varia un poco l’estate.

    C.B. Sì lui, il mito dell’estate 09.

    Prima Carmelo Bene lo odiavo e con lui Brezzo quando lo imitava, poi imparai ad apprezzarlo e ad imitarlo un po’ anch’io. Solo dopo tanto lo capii.

    Avevo concluso il liceo da idealista convinto; poi un anno di giurisprudenza e in specie la filosofia del diritto mi hanno cambiato i modi di pensare. Per ultimo è arrivato a Bene assieme a qualche lettura di Nietzsche a spazzare via ogni credo, perfino quello in loro stessi.

    Ho capito allora che il mondo non è ascrivibile a nessun sistema; ora io né credo, né non credo, né sono agnostico: me ne fotto, il che è diverso.

    E’ come se la tesi si fosse fatta antitesi ma non avesse trovato una sintesi. Mi sono smarrito nella natura delle cose: non venitemi a cercare. Non mi troverete.

    Non ammiro l’infinito, non m’accontento del finito. Sguazzo nel non-finito, il che è diverso.

    E mi lascio all’abbandono del vivacchio. Il naufragar m’è dolce in questo mare.